Durante l’edizione del Comicon di Bergamo, abbiamo avuto il piacere e l’occasione speciale di incontrare Cory Ko, talentuosa autrice del toccante The Clown Doctor. Presso lo stand di Toshokan, tra fan e curiosi, Cory Ko ci ha regalato un momento davvero unico: uno sketch personalizzato realizzato direttamente sul volume, che custodiremo con grande affetto.
Grazie alla preziosa collaborazione con Toshokan, abbiamo anche avuto modo di intervistarla grazie all’aiuto di una traduttrice: un’occasione per scoprire di più sul suo lavoro, le ispirazioni dietro la sua opera e il suo rapporto con i lettori italiani. Ora vi lasciamo la nostra intervista.

Cory Ko: la nostra intervista grazie a Toshokan
Com’è nata l’idea dell’adattamento di The Clown Doctor? In realtà, non si tratta di un adattamento da un romanzo: quello che ho ricevuto era solo un canovaccio della storia, quindi ho dovuto scrivere da zero la sceneggiatura per il fumetto. All’inizio avevo visto un’intervista a una mamma che raccontava la storia di un clown dottore e di suo figlio. Il clown aveva organizzato una parata in ospedale, mettendo proprio il bambino in testa al corteo, facendolo diventare il “capo dei bambini”. Il piccolo, felice, disse alla madre: “Mamma, sono una star! Sto andando in paradiso!”. Fu allora che capii che quel bambino era già venuto a mancare. Ma mentre la madre raccontava questo ricordo, il suo volto era illuminato da un sorriso sereno, come se suo figlio fosse guarito. In quel momento compresi che i clown dottori non curano solo i bambini malati, ma anche i loro genitori. Quella scena mi toccò profondamente. È da lì che è nato il desiderio di raccontare questa emozione attraverso un fumetto sui clown dottori. Solo allora tutto ha potuto iniziare.
Qual è il messaggio più importante che speri rimanga al lettore dopo aver letto “The Clown Doctor”?
Spero che, leggendo il fumetto, tutti possano vedere quanto i clown dottori siano una presenza calda e rassicurante negli ospedali. Vorrei che sempre più persone venissero a conoscenza del loro lavoro… e magari donassero qualcosa per sostenerli! 😆 (Non ricevono alcuno stipendio, tutto si basa sulle donazioni.)



C’è una scena o un momento nel manga che ti ha particolarmente toccato durante la lavorazione? : Nell’ultima scena, Xiaohan saluta la sorellina con un gesto della mano e le dice: «Ti amerò per sempre.»
Come vedi il ruolo del sorriso in contesti difficili come gli ospedali? Pensi che davvero possa fare la differenza, come emerge nel manga? Sì, basta che un bambino sorrida perché anche i genitori, vedendo quel sorriso, sorridano a loro volta. E quando c’è un sorriso, anche l’atmosfera fredda e impersonale dell’ospedale diventa subito più calda e serena.
Se potessi descrivere The Clown Doctor con una sola parola, quale sceglieresti e perché? Guarigione: i clown dottori sono medici capaci di curare il dolore del cuore.
Anche noi, quando possibile, ci rechiamo in ospedale in cosplay per portare un sorriso nei momenti difficili. Ti è mai capitato di vivere esperienze simili? Se sì, quanto hanno influito sulla creazione di The Clown Doctor? Io non ho vissuto un’esperienza del genere, perché i clown dottori ricevono una formazione professionale molto specifica. Devono conoscere a fondo le condizioni mediche di ogni bambino per capire che tipo di spettacolo e interazione sono adatti a ciascuno. Senza questo tipo di preparazione, non si può semplicemente indossare un costume e entrare in reparto a fare spettacoli.
Cosa ti ha motivata a diventare una mangaka? Quali sono state le tappe? Da piccola andavo molto bene a scuola, ma dopo la quinta elementare i miei voti sono peggiorati. In quel periodo pensavo che, siccome non ero più bravo negli studi, allora dovevo essere una “bambina cattiva”. Per questo la mia infanzia non è stata felice. Poi, a tredici anni, ho letto il manga Yu Yu Hakusho, e mi ha profondamente colpito. Il suo autore non dice mai chiaramente chi è il “buono” e chi il “cattivo”. Mostra che ogni personaggio ha un passato, un punto di vista, una propria storia. Sta al lettore decidere cosa pensare di ognuno. Quella lettura mi ha fatto capire che non dovevo appiccicarmi da solo l’etichetta di “bambino cattivo”, e che posso decidere da me chi voglio diventare. È stato un momento molto emozionante. Ho capito che i manga possono avere un significato profondo — ed è così che ho deciso di diventare un fumettista.


